Le navi

Siamo un addio, al sole della nostra vita,
lo sono i cieli e le albe che abbiamo visto
lasciare la terra e risorgere sempre
nei primi giorni e alle ultime ore di ieri;

c’è un modo per fare degli alberi navi,
dei legni fare di nuovo rami per vele
e allora ci servirà sono un mare giovane
che di un’ora e di miserie sappia fare a meno;

delle onde nessuna si volta, fino alla riva
salgono in volo come la lunga vita breve
che le farfalle credono infinita
perché nessuno le ha mai viste morire;

e anche l’acqua non muore, se scompare
annega nella sabbia bagnando di sé
ogni granello di vetro, e su ogni superficie
risplende la seta che a ogni ora è giorno;

siamo come navi, anche noi tra i porti
e le rotte percorse dal varo alle tempeste:
sopravvive nell’animo e nei lampi passati
la deriva che ci ha fatto uomini e prima superstiti.

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L’universo (per i figli)

Lo conosci l’albero che non cade,
solo le foglie lascia andare, che nei rami
insegna come ogni destino si biforca,
sempre sa solo crescere o morire,
che ci sono pesi di frutti e altri nei semi,
i primi che nutrono e gli altri
che germinare li porta a seguire due vie,
una che cieca scende nella terra,
come sale invece di verde l’altra,
verso un cielo senza che s’impiglino
nuvole negli sterpi più ardui e perfetti,
di questo sia la tua richiesta di vita,
in quello che conoscerai è l’universo
a fare il sapere e tu a essere sempre
non meno di me e dell’infinito.

Messaggi perduti

Sulle rive del silenzio
come potrei fare una preghiera,
ombre e nuvole mi superano,
al mio indirizzo si mescolano
ruote mozzicate dalle vie,
insabbiate da una parte di terra e
da due d’acqua e sego di fango,
ogni raggio di cerchio
sorregge questo permutare
d’affanni e di messaggi perduti,
tanto accade, da mai smettere
di levigare dai sotterfugi
il mangiare qualcosa della vita
da cui la mia storia si stanca,
con i piedi nudi come sassi
dietro lascio scarpe vuote
e nessun’altra impronta di me
o verità dove svuotare gli occhi.

Simulacri

Dal tuo seno mi giunge un simulacro
nella trama di mani e petto dimesso
intrigo di abbraccio e grazia
ai sensi del dare a tutti un po’ di tempo
a quel lato della strada che porta a casa.

Solo così possiamo andare a vedere
il dolore e più in là con i pensieri
non trovare posto al primo animo vivo
nel caso in cui si possa fare altro
di chi uomo è e può soffrire e continuare.

Non sento molto semplice un aiuto
e di quanto era stato detto
non è ancora atteso che passi più
un saluto a presto essere quella laggiù
la mia immagine di crepuscolo.

S’aggiunge un’ombra a dire notte
e tutte le altre affondano lunghe dita
nelle strette stradelle salendo i muri
fino a tornare in alto a essere un cielo
nel battibecco immoto del selciato nero.

Indicativo

“Io tengo a te e tieni tu a me”,
tenevano così l’uno all’altra
e si portavano avanti nel tempo.

“Io tengo te e tu tieni me”,
si tenevano così l’uno l’altra
e il momento era tutto il tempo.

Una mano nella mano,
un pugno grande come un cuore,
due mani lungo i fianchi:

“Io non sono che te e tu non sei
che tempo per me”, e la mia mano
indicava te e la fine dei numeri.

Questa cosa

A me rimane questa cosa
che chiamano amore,
rimane come il nostro limite
di fermare una frase alle virgole,
quelle più importanti eppur brevi,
mai compiute, mai veramente ultime.

A te rimane questa cosa
che chiamano amore,
rimane come la parte mozza
di una sola parola, quella caduta
dietro la radiosa livrea del cielo
quando al tramonto sono le nuvole.