Cosmesi

È il viso di tinte e di ciprie che si sveste,
nel latte e nell’acqua, dai trucchi di ieri,
prima che a sera sia un bacio dipinto,
un respiro sul collo di fretta soffiato,
sangue e calore in vene che corrono
a vedere dov’era un cuore velato.

E com’era quel volto? Quando
sul cuscino un’ombra era che si fermava
il nero che degli occhi fingeva, quando
un senso di peccare sembrava sprecato,
l’amarezza della foglia scompariva,
un messaggio veniva cancellato.

Tacita si vuota la bevanda dei giorni,
è quell’ovunque del non voltarsi,
che nasconde nascite interrotte di mesi;
ma del canto, di questo vociare,
non c’è più suono che si muova o pianto;
eppure ultime a cumuli stanno le vesti.

È così che nella notte tutto si conosce,
che dentro il petto tutto si dibatte,
che ogni cosa sente di sé di non esistere,
che nella stessa veglia bruciano insieme
desideri e paure, indecisi sempre
di quali sentire scendere e salire, o volare.

Louise Richardson, Volare, 2015

artist – Louise Richardson, Volare, 2015

Un fiume provvisorio

Sono io nella mia immagine
a sapere che sono nello specchio,
un muro di vetro di fronte
e fuori fuoco sento colpire me
da fucili di braccia e dita puntate;
nessuno che sbagli mira,
quando sono gli occhi un giudizio.

In frantumi andrà la mia vista,
la vostra immagine prenderà
il mio posto e altri occhi il vostro;
altri fragili specchi per vittime
non meno diverse da me: perché
quando si cade​ si vede solo il cielo.

Il cielo è questo mio sguardo
di compassione, di quello che vedo
in un quadro senza cornici,
non come uno specchio infranto
che solo allora mostra il suo oltre:
delle mille anime che attraversano
la vita come un fiume provvisorio.

Lettera

Era lontano un treno la sera
e nelle scarpe una sabbia e passione
da portare via a ogni passo
più avanti e meno veloce
della distanza da un’altra stazione;

ai pensieri che scrivono lettere
le parole lasciano l’anima accesa
ma non è luce che si spoglia
o nodo che si sciolga
e non si ferma mai quest’attesa;

puoi contare il tempo e i numeri
e i giorni e la luna crescente
nascondere ancora una parte di sé
ma non è una fine il compimento
perché nulla di nulla ne sa la gente;

poi le persone sfuggono e ritornare
si fa più difficile come avere sul volto
una mano che un’altra ne tiene
vicina e dove il sentire e il sapere
è di questo raccolto un piccolo seme.

Nel tempo

dig

Dov’era un tempo un’acqua ferma:
la sponda del fiume fatta di pietre,
la riva del mare sotto la sabbia
e un lago che più non si conosce.

Nel tempo cercare linee scomparse:
quella che divideva le cose da ieri,
le cose da dimenticare e una vita
che a sguardi si attraversa e a tentoni.

Poi nel nulla del niente trovare:
sale di polvere dissolto in spiagge,
crepiti di sterpi secchi e pietre e schegge
infittite da un silenzio antico di parole.

Abbracciare le domande, una e tutte:
senza scegliere tra migliori certezze,
senza scendere in promesse di terre,
senza avere conti aperti da pagare.

Giungono così da un non so tre visioni:
una bava di luce e di biancore,
una lama di scintille e di specchi,
un vento sottile che solo in ascolto sa stare.

Avere perso nel portare ogni peso:
di chi da altre colpe è stato colpito,
delle sconfitte degli animi invitti
e non semplicemente lasciarsi andare.

Domani

Di quello che sarà domani ignoro
come si possa scivolare via da un orologio,
quando saranno scese sul mio cuore
le sue lancette.

Della più breve mi rimane ora un ricordo;
della più esile una ferita che mi separa
dal sangue, un minuto dopo l’altro
che mi lava via dall’anima il colore delle rose.