Pietre

Pietra su pietra
non sceglie la pietra
se essere muro
al piede che non cede
all’appiglio
e al coraggio che da parte
a parte sale al cielo
per ridiscendere al di là
di dov’era prima
attraversamento d’altri
e un dopo di lui
un altro se stesso lo segue
portando con sé un’anima
di sovrumana gentilezza.

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Poco

Mi basta un saluto
un cenno di poco
da queste braccia che
ci afferrano tenendo
noi stessi insieme a
sentire la vita del
nostro essere corpi
vivi sì e non solo 1 di 2
un giorno di una storia
quando invano era
un dio a decidere se
questo di oggi è
destino e noi lettere
come lo sono quelle
perse che hanno
il senso d’essere
sempre in viaggio
esiliate dai mittenti a
non trovare la consegna
da noi stessi destinatari
affrancati e recisi da
un tagliacarte avido
di fogli piegati in 4
dal sigillo di lingua e
saliva d’un bacio in
cerca della tua bocca.

Sia

Che tu ci sia
e ci sono le foglie in strada
mancanti dei margini,

nelle ore dei giorni
le ricama
un vento di macchine,
le ricama
e non s’avvede
che tu sia tra loro;

ti avevo nei dorsi
delle unghie,
avevo questo così
chiamarti nel nome
e non m’ero fatto
contento di saperlo dire;

vicino era come era
un saluto dimesso,
un caro sentire
tenuto in disparte,
pieno di sogni
e di perline cadute;

chinato a raccolta
prego gentile
che tu sia
tra me e la terra
goccia che
mi sorprende.

Oceano

Oceano dimmi quanto sei grande
costruirò una barca più grande di te
non avrò un’ancora o le sue catene
ai remi saranno le mie braccia
vele tutto il mio corpo nel vento
la mia schiena conoscerà il sole
alla notte chiederò consiglio
come se chiudendo gli occhi
fossero ai miei piedi in una guida
una lucerna di riflessi bianchi
miriadi accese di pesci o sassi
e dovrò pagare ai miei demoni
canti pieni di mille calde voci
e la vertigine in cui s’avvitano
onde e profondi cambiamenti
che se invisibili mi cambiano
nemmeno in parte alla morte
verseranno quello che credono
vero e quanto di meno debole
del mare che ancora mi veste
di caos e di sconfinate certezze.

Stare qui

Me ne dovrei stare qui
a leggere un libro a mangiare fuori
bevendo alla luce
così che il sole cada sulle parole
le pagine facciano ombra a ogni svoltare
alle altre già lette a quelle tra le dita
ancora da girare;

ci sono carte più ruvide e sconce
meno disposte a cedere le lettere più piccole
agli occhi e un accento fugge sbieco
non visto si sottrae a ogni ritorno di sguardo;

avevo riposto nei fumetti la chiave
che le immagini cambia in colori le ombre
e dalle parole è diverso ogni segno
che screzia in molteplici derive
i quadri delle storie;

poi quando allora è ancora
nelle luci artificiali rinnovo la piega
della pagina, che mi diano del crudele
o insane le mie mani; sarò vigile l’indomani
a tornare al punto dove il sonno
chiuse il desiderio
ch’avrei appena oltre trovato una porta.

Fortezza

Lo aspettavi il mare,
sarebbe venuto sollevando al cielo
code bianche di cavalli indomiti
e fin laggiù dove si può credere
avrebbe portato
un turbine d’acqua gonfia,
e le onde macinate a spirali
dagli zoccoli della nave
sarebbero tornate confuse
offese nel calpestio delle miglia,
quasi che dal carro del sole
non si conoscessero più sorelle
ma solo figlie di molte madri;
ora quelle sono delle stelle
dalle punte infiammate,
in loro nascono luci irrequiete
come da un ultimo saluto
che sobrio cinge di fortezza
due mani dietro la schiena.

Dardo

Nella schiena piegata
schiere di vertebre
s’inarcano senza dardi incoccati
e le ricurve coste del petto
non hanno approdi
ma una freccia misera
dalla punta di rossore
nel vertice basso della goccia
si svuota per chi abbia un calice
colmando le mani se si chiudessero
in un mestolo di sete e d’acqua.